L’Arcivescovo di Spoleto Norcia: Pio IX, antesignano dei soccorsi ai terremotati

Roma, 7 febbraio 2017  (Simona Cecilia Crociani Baglioni).

 Al Pontificale per impetrare la canonizzazione del Beato Pio IX, la cui fama di santità corre per il mondo, a san Lorenzo fuori le Mura, il 7 febbraio 2017, nel 139° del pio transito, l’Arcivescovo di Spoleto Norcia Mons. Renato Boccardo, consultore della Congregazione per le Cause dei Santi, eleva al suo predecessore su quella Cattedra, parole di toccante portata per le centinaia di fedeli, provenienti anche dall’estero, e autorità ecclesiastiche, civili, diplomatiche, accademiche, giudiziarie e militari presenti. 

mons-boccardo-mons-liberati-conte-crociani-baglioni

Roma, Basilica di S. Lorenzo al Verano, 7 febbraio 2017. 139° del Beato Pio IX. In foto, da dx: S.E. Mons. Renato Boccardo, S.E. Mons. Carlo Liberati, Conte Fernando Crociani Baglioni, Ministro Roberto Saccarello. (@Federico Carabetta)

Concelebravano S.E. Mons. Carlo Liberati Arcivescovo emerito Prelato del Santuario della Madonna del Rosario di Pompei, Postulatore della Causa di Canonizzazione e S.E. Mons. Giuseppe Orlandoni Vescovo Emerito di Senigallia. Presente l’Arcivescovo-Prelato di Loreto S.E. Mons. Giovanni Tonucci.

Schierati gli ordini cavallereschi della Chiesa, con i primari e storici sodalizi cattolici romani, e delle diocesi che videro la vita e le opere del Pontefice santo.  Le Congregazioni religiose, tra cui i Francescani Cappuccini, i Missionari del Preziosissimo Sangue di San Gaspare del Bufalo, i Salesiani, etc., il clero romano secolare e regolare. Presente S.E. il Ven.Balì Fra’ Giacomo Dalla Torre Del Tempio di Sanguinetto Gran Priore di Roma del S.M.O. di Malta.

Un’omelia di alto spessore teologico e più vastamente spirituale, con la quale l’Arcivescovo Boccardo illustrava la biografia, la storia del Pontificato e le opere sante di Pio IX nel servizio a Dio, alla Chiesa e ai fratelli:

«Noi sappiamo che saremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). Questa affermazione dell’apostolo Giovanni ci fa da guida per rileggere l’avventura umana e spirituale del Beato Pio IX. Infatti, mentre nel Vangelo si scandiscono le Beatitudini che raccolgono i lineamenti comuni ad ogni santo pur nella diversità delle loro fisionomie umane, sullo sfondo appare il quadro glorioso dell’Apocalisse dipinto dalla prima lettura.

È la raffigurazione ideale dell’assemblea di quanti hanno già raggiunto la meta entrando nella Gerusalemme della speranza e contemplano il volto di Dio, di coloro che noi oggi veneriamo come “santi”, cioè come totalmente a Lui consacrati. Ed è anche il “ritratto” del Beato Pontefice.

In questa scena dell’Apocalisse identifichiamo alcuni tratti caratteristici che definiscono la moltitudine dei giusti. Innanzitutto, tra loro ogni nazione, razza, popolo e lingua sono rappresentati: la santità non è prerogativa di una sola cultura né della sola religione biblica; la santità non è un’eccezione nell’esistenza cristiana né è appannaggio esclusivo dei soli santi del calendario.

I santi portano sulla fronte un sigillo: è il segno di un’appartenenza perché è con il sigillo che un sovrano attesta la sua volontà, la sua accettazione, il suo possesso. Essi, quindi, sono totalmente consacrati a Dio, sono – come dice Giovanni – «i figli di Dio».

I santi sono avvolti in vesti candide, il colore della pienezza perché sintesi di tutti gli altri colori. Ma questo candore è raggiunto attraverso una via strana: «Essi hanno lavato le loro vesti rendendole candide con il sangue dell’Agnello». Lo splendore è ottenuto attraverso il crogiuolo della sofferenza, della donazione di sé, è conquistato completando nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa, come afferma san Paolo (cf Col 1,24).

Nelle loro mani i santi stringono una palma, segno del trionfo e dell’acclamazione imperiale e, nella tradizione cristiana, segno del martirio. L’impegno rigoroso della testimonianza, la rinuncia a se stessi, e anche il dolore, non generano morte ma gloria, non producono fallimento ma vita e felicità. Ce lo ha ricordato con insistenza Papa Benedetto XVI, affermando che Gesù non toglie nulla ma dona tutto.

Certo, l’impegno umano è importante, ma nella santità decisivo è il lasciarsi condurre dalla grazia di Dio e dal suo amore. Ed allora, come faceva dire Georges  Bernanos a S. Giovanna d’Arco, «per essere santo quale vescovo non darebbe il suo anello, la mitra e il pastorale; quale cardinale non darebbe la sua porpora; quale pontefice il suo abito bianco, i suoi camerieri, le sue Guardie Svizzere, tutto il suo patrimonio temporale? Tutto il grande apparato di sapienza, di forza, di disciplina, di maestà e magnificenza della Chiesa è nulla se la santità non lo anima. Chi non vorrebbe avere la forza di correre questa incredibile avventura che è anche la sola avventura possibile? Chi ha compreso questo, anche per una sola volta, è entrato nel cuore della fede cattolica»[1].

Davanti al santo, infatti, c’è sempre la porta stretta e la via angusta di cui parla Gesù (cf Mt 7, 13-14). È questa la strada che il santo imbocca ed è questa la porta attraverso la quale egli passa, ignorando le comode vie spaziose dell’orgoglio e del piacere o le porte trionfali del successo e dell’ingiustizia. La santità esige un impegno serio e costante, servendo un solo Signore e vegliando come servi fedeli. Ai facili compromessi il santo oppone la coerenza, all’indifferenza l’attenzione, al grigiore dell’abitudine il fuoco della passione.

Eppure, questo aspetto non è né il primo né l’esclusivo. Infatti, come ci ha ricordato l’apostolo Giovanni, ogni uomo è sempre preceduto dall’amore di Dio: «Non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi». Si tratta di quel “grande amore” che riesce a far diventare noi, fragili e limitate creature, “figli di Dio”. Il canto che gli eletti elevano a Dio nella liturgia gloriosa del cielo riconosce che «la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello». C’è, quindi, un primato assoluto di Dio. Essere santi è accogliere un dono più che conquistarlo. Una volta accolto, il dono deve essere elargito ad altri: e qui scatta l’impegno dell’uomo, la risposta d’amore all’amore divino.

Nessuno si può “fare” o autoproclamare santo. La santità nasce da un dialogo efficace in cui la prima battuta, quella che rompe il silenzio e crea la bellezza del discorso, è pronunziata da Dio. La beatitudine dilaga nel nostro cuore perché Egli ce la infonde. A questo punto, però, è importante rispondere, anzi è decisivo dire il sì dell’adesione piena e totale. Si schiude, così, con questo impegno personale, il dialogo vivo con il Dio santo.  All’amore si risponde amando, amando Dio e i fratelli.

Lo aveva capito bene l’Arcivescovo Mastai Ferretti, giunto a Spoleto nel 1827, a soli 35 anni di età. Si dedicò con passione al ministero pastorale, promosse la disciplina religiosa e dimostrò grande carità verso i poveri, arrivando ad impegnare i propri mobili per aiutare i più bisognosi. Durante l’insurrezione del 1831 fu nominato Delegato straordinario per Spoleto e Rieti, e con abile mediazione salvò la città da un inutile spargimento di sangue: convinse i generali pontifici a non aprire il fuoco e ai rivoltosi concesse, alla deposizione delle armi, soldi e passaporti. Il 13 gennaio 1832 la città subì un forte terremoto: l’Arcivescovo diresse subito gli aiuti, organizzando un piano specifico e recandosi personalmente sui luoghi del disastro. E si impegnò concretamente per la ricostruzione, ottenendo fondi da Papa Gregorio XVI. Divenuto Sommo Pontefice, quando i Canonici del Duomo si recavano a Roma, li riceveva in giornata e li tratteneva a pranzo per avere notizie delle persone conosciute a Spoleto, suscitando le critiche dei prelati di Corte e le rimostranze dei Vescovi delle grandi diocesi che dovevano chiedere udienza con largo anticipo.

L’esempio più bello della sua umanità e paternità sono i rapporti che mantenne con don Sante Valle: il Mastai lo aveva sostenuto economicamente negli studi in seminario con grande discrezione e rimase con lui in fraterna amicizia. Quando – da Papa – venne a Spoleto, ebbero un lungo colloquio: «Don Sante, fai attenzione, che mi hanno raccontato di te cose non tanto belle». La risposta del prete fu: «Santità, sapissi che m’honno dittu de te, ma io che te conosco no je daco retta! Fa comme me».

Il Beato Pio IX, accogliendo docilmente l’opera della grazia di Dio, è stato capace di vivere in modo esemplare la vita cristiana. Ci affidiamo alla sua intercessione presso l’Altissimo, affinché ottenga anche a noi quella “sapienza del cuore” e quell’amore appassionato per Dio e per gli uomini che hanno reso bella e feconda la sua esistenza terrena e mantengono vivo, in benedizione, il suo ricordo.

[1] cf L’eretica e Santa Giovanna, Reggio Emilia 1978, pp. 82-90.

(Omelia di S.E. l’Arcivescovo di Spoleto Norcia Mons. Renato Boccardo, consultore della Congregazione per le Cause dei Santi)

40eb4-pontifical2broma2b20152b1

Al termine, nella cripta dinanzi all’urna, l’Assemblea intonava con alta edificazione l’inno alla Santa Vergine, che Pio IX proclamò come Dogma dell’Immacolata Concezione, “Tota pulchra es Maria“.

Tota pulchra es, Maria.
Et macula originalis non est in Te.
Tu gloria Ierusalem.
Tu laetitia Israel.
Tu honorificentia populi nostri.
Tu advocata peccatorum.
O Maria, O Maria.
Virgo prudentissima.
Mater clementissima.
Ora pro nobis.
Intercede pro nobis.
Ad Dominum Iesum Christum.

ROMA, PIO IX RICORDATO A SAN LORENZO AL VERANO

Foto e video del Pontificale concelebrato nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura il 7 febbraio 2017.

Pio IX, Papa Re e santo

L’OSSERVATORE ROMANO RICORDA IL PONTIFICALE PER PIO IX

PIO IX VERSO LA CANONIZZAZIONE

7 FEBBRAIO 2016, PIO IX NEL DISCORSO DEL POSTULATORE

7 febbraio 2015: PONTIFICALE PER PIO IX A S. LORENZO AL VERANO, IN ATTESA DELLA CANONIZZAZIONE

medaglia-benemerenti-pontificia

Medaglia Benemerenti Pontifica di Pio IX

Medaglia commemorativa dell'Istituto di Studi Storici Beato Pio IX

Medaglia commemorativa dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX

Annunci
Pubblicato in Beato Pio IX, Cerimonie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

S.E. Carlo Liberati: “L’avanzata dell’islam è anche responsabilità di noi cristiani”

Ai musulmani chiedo rispetto e pari dignità, non sono schiavo dell’ islam. Jus soli? Prudenza e discernimento evitando scelte elettorali”. S.E. Rev.ma Mons. Carlo Liberati Arcivescovo Prelato  Emerito di Pompei, già Delegato Pontificio per il Santuario della Vergine del Santo Rosario, Postulatore della Causa di Canonizzazione del Beato Papa Pio IX, intervistato da La Fede Quotidiana.

S.E. Mons. Carlo Liberati

Eccellenza, possiamo definire l’Europa ancora cristiana?

“Vedendo certe leggi e il modo di vivere di molti che pur si definiscono cristiani, è lecito nutrire forti dubbi. Viviamo in molti casi, come se Dio non esistesse, secolarismo e relativismo avanzano. Tutto questo, la fede debole, favorisce l’islam”.

Cioè?

“Loro, i musulmani, nella loro visione del mondo, che non è ovviamente condivisibile, credono, sono coerenti, e pregano. E allora questa situazione di decadenza morale dell’Occidente li rende più forti e convinti. L’ avanzata dell’islam è anche responsabilità di noi cristiani. Assistiamo ad un lento processo di islamizzazione del nostro mondo e temo che, per via demografica, prima o poi saranno maggioranza”.

Islam, compatibile col nostro modo di vivere?

“L’ islam non è solo una religione, ma un sistema di vita e bisogna capirlo.  Ha valori tante volte incompatibili con i nostri, penso al concetto del matrimonio e al ruolo della donna che per i musulmani è un oggetto di soddisfazione sessuale. Ritengo che, se diventano maggioranza, tutto si farà molto pericoloso. La storia del resto ci insegna che l’ islam ha sempre cercato di sottomettere l’ Occidente e di attaccarlo. La battaglia di Lepanto ne è un esempio . Spero che l’ Occidente sappia reagire a questa offensiva islamica che ha la religione come sua motivazione”.

Possibile il dialogo con l’ islam?

“Penso che sia bene cercarlo, ma solo sulla base della parità e della reciprocità, concetti che ai musulmani sfuggono. Vogliono diritti? Bene, ma esistono doveri. Io non mi sento schiavo dell’islam e chiedo per lo meno la stessa pari dignità. Loro si credono superiori per natura e per la stessa indole vogliono comandare, sono tante volte arroganti”.

Immigrazione che fare?

“La carità è giusta ed è un dovere senza alcuna discriminazione. Tuttavia ho la sensazione che oggi esista una tendenza a privilegiare chi viene da lontano rispetto ai vicini, cioè gli italiani. La carità parte prima di tutto dai vicini e a chi, anche tra noi clero dice di no, ricordo proprio la Scrittura: ama il prossimo tuo come te stesso. E’ fondamentale quel te stesso”.

Jus soli che fare?

“Problema complesso anche perché concerne una legge dello Stato. Penso che bisogna avere prudenza e discernimento evitando scelte impulsive e sotto la spinta elettorale, occorre pensarci bene in base alla opportunità del momento che stiamo vivendo”.

Bruno Volpe

Pubblicato su La Fede Quotidiana

Pubblicato in Senza categoria | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

A PIO IX, ODE PER LA FESTIVA RICORRENZA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

O sovrana del mondo Imperatrice! / Guarda a la terra che appennino e ‘l mare / Fiancheggia e bagna, ai sette colli, a Roma / Che a te perenni incensi arde in su l’are.

O Maria

sola concetta senza macchia d’origine

che salvo e glorioso

riconducesti a Roma

Pio IX Sommo Pontefice*

accogli questo umile canto che nella comune letizia esultando Enrica Orfei ti consacra

il V di settembre MDCCCLVII

* Il Pontefice Pio IX tornò a Roma il 12 aprile 1850, dall’esilio di Gaeta, dopo la liberazione dell’Urbe, compiutasi il 2 Luglio 1849.

* * *

Per la festiva ricorrenza

della

Natività di Maria

8 settembre MDCCCLVII

ODE

 

Or su la lira estollere
Giovi d’eletti carmi un inno alato,
Giovi concento sciogliere
De l’alte sfere a l’armonie temprato.

Celeste musa inspirami,
Nel dì sacro a Maria, nel dì felice
Cui scelse innanzi ai secoli
E vagheggiò la mente creatrice.

D’error fra dense tenebre
Dal ciel bandita umanità giacea,
Nè l’importabil carico
De’ suoi danni unqua mai scuoter potea.

Diva immortal che nel beato empiro
Non di caduchi allori orni la fronte,
Non di piropo ardente o di zaffiro,

Ma de le stelle più fulgde e conte
Che a la voce del nulla animatrice
Vestisser raggi della luce al fonte;

O sovrana del mondo Imperatrice!
Che non sdegni qual sia l’accento e il metro
Che amor dal centro d’uman petto elice;

Se il pensier nostro come raggio in vetro
A tue chiare pupille aperto appare,
Nè grazie indarno a te madre impetro.

Guarda a la terra che appennino e ‘l mare
Fiancheggia e bagna, ai sette colli, a Roma
Che a te perenni incensi arde in su l’are.

Beato Pio IX

«La venerata Casa di Nazaret, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per divino volere, trasportata per lungo tratto di terra e di mare, prima in Dalmazia e poi in Italia. Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta esente dal peccato originale, fu concepita, data alla luce, nutrita e salutata dall’angelo piena di grazia».
(Papa Pio IX, Lettera apostolica Inter mirifica,  26 agosto 1852)
A Loreto la Natività di Maria si celebra nel santuario della Santa Casa fin quasi dalle sue origini (1294), come si deduce da un documento del 1315, che si riferisce a fatti accaduti nel 1313 e, tra le altre ricorrenze mariane ivi celebrate, vi segnala anche quella del mese di settembre, ossia della Natività di Maria.
La festa è ricordata anche in un documento del 1372 e, soprattutto, in un salvacondotto del 1399 rilasciato all’autorità competente della Marca a chi si recava pellegrino «alle soglie» della chiesa di Santa Maria di Loreto proprio per tale ricorrenza.
Nel secolo XV la festa dell’8 settembre risultava la principale tra tutte quelle celebrate nel santuario. Essa era collegata con le note fiere recanatesi, che attiravano mercanti da ogni parte d’Europa. La ragione ultima di tanta attenzione si può individuare nel fatto che la Casa di Nazaret, trasportata e venerata a Loreto, è stata sempre considerata il luogo di nascita della Madonna. Appariva quindi naturale celebrare con particolare solennità il compleanno di Maria nella sua dimora natale. Già il Teramano, intorno al 1473, scriveva che la Santa Casa è la medesima in cui «la Vergine Maria nacque, fu educata e poi salutata dall’angelo Gabriele».
Lo ribadirono Giulio II nel 1507 e, in seguito, altri pontefici. Piace qui riferire un passo della Lettera apostolica Inter mirificadi Pio IX del 26 agosto 1852, il quale mette in evidenza anche che nella Casa nazaretana Maria è stata concepita immacolata: «La venerata Casa di Nazaret, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per divino volere, trasportata per lungo tratto di terra e di mare, prima in Dalmazia e poi in Italia. Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta esente dal peccato originale, fu concepita, data alla luce, nutrita e salutata dall’angelo piena di grazia».
Nel Rivestimento marmoreo della Santa Casa, la prima scultura rappresenta proprio la Natività di Maria – opera di Baccio Bandinelli (1519) e di Raffaele da Montelupo (1531-33) – con chiara allusione al fatto che il sacello nazaretano è considerato il luogo della nascita di Maria (nella foto).
Altre città, sulla base di testi apocrifi, rivendicano di essere il luogo natale di Maria: Betlem, Sèforis e Gerusalemme. Il tardivo scritto apocrifo dello «Pseudo Girolamo» sembra conciliare varie tesi, perché vi si legge che Maria «nacque nella città di Nazaret e fu allevata a Gerusalemme nel tempio del Signore» e gli antenati paterni erano della città di Nazaret e quelli materni di Betlem.
Il vangelo, a ogni modo dice semplicemente che Maria abitava in «una città della Galilea, chiamata Nazaret» (Lc, 1, 26), senza divagazioni. E’ questo l’unico e sicuro punto di riferimento in materia, accolto dall’esegesi più attenta.

Maria Bambina

Pubblicato in Beato Pio IX, Preghiere | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

8 settembre: natività di Maria

Oggi la Chiesa festeggia la natività di Maria Vergine: 8 settembre, giorno mirabile per i credenti. La nascita di Maria Vergine è stata la via per la salvezza nostra attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio nel suo grembo. In questa data che rimanda alla venuta al mondo della Madre di Dio, della Madre della Chiesa, della Madre al Cielo di ciascuno di noi, ci è gradito rammentare un figlio Suo, che proprio Lei, personalmente, volle riacciuffare dai gorghi delle idee ateistiche dell’età moderna: Paul Claudel.

Nato il 6 agosto 1868 in un piccolo villaggio di campagna, a Villeneuve-sur-Fère-en-Tardenois (Aisne), nell’Ile-de-France, viene battezzato l’8 settembre e consacrato alla Vergine Maria, come egli stesso amerà ripetere più volte. Ma a 10 anni lascia la pratica religiosa. Intelligente, dalla mente acuta e profonda, all’età di 16 anni inizia ad avversare la cultura sua contemporanea, fatta di illuminismo, di razionalismo, di positivismo e i suoi rappresentanti (Zola, Renan, Taine…), che considera responsabili del decadimento della cultura per un approdo distruttivo della persona: il materialismo. È appassionato alla musica di Beethoven e Wagner e alla letteratura di Eschilo, Shakespeare, Baudelaire, Gide, Proust.

Nel 1886 scopre le Illuminations di Rimbaud e da qui si consolida la sua vocazione poetica. Arriviamo, quindi, al tardo pomeriggio del 25 dicembre di quello stesso anno. Il diciottenne Claudel, passeggiando in quell’ora di Natale accanto alle parigine acque della Senna, sente un angelico coro intento ad eseguire, per i Vespri, il Magnificat.

Come magnetizzato dalla bellezza del celestiale inno, segue quelle note che lo conducono fin all’interno di Notre-Dame e allora avviene l’imprevedibile, la folgorazione, la conversione: «Stavo in piedi,», scriverà diversi anni dopo, nel 1913, quando deciderà di dare testimonianza pubblica (di un evento estremamente intimo) ad un mondo occidentale sempre più materialista, sempre più senza Dio e contro Dio, «in mezzo alla folla, accanto al secondo pilastro, all’entrata del coro. Fu allora che si produsse l’evento che domina tutta la mia vita. In un attimo il mio cuore fu toccato. Io credetti. Avevo provato improvvisamente il sentimento lacerante dell’innocenza; l’eterna infanzia di Dio. Credetti con una tale forza di adesione, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così decisa, con una certezza ricca di dubbi, che in seguito né i libri, né i ragionamenti, né le sorti di una vita agiata hanno potuto scuotere la mia fede».

Quella fede che è un dono, a cui si arriva per grazia di Dio, era arrivata grazie all’intercessione della Beata Vergine Maria al quale il piccolo Paul era stato consacrato nel giorno del suo battesimo, caduto proprio l’8 settembre.

Accolta la fede come regalo sublime, Claudel, che pensa in poesia, ha composto liriche cariche di conoscenza delle Sacre Scritture, dove l’amata presenza mariana è persistente, irrinunciabile, coprente ogni angolo e ogni linea. Così canta la venuta dell’Unto di Dio, che nel disegno della storia della Salvezza spaccò la storia in terra: «“È nato il divino Bambino!”. E anche voi ascoltate questo canto!/Voi, antichi, che l’Inferno ancora racchiude nella sua vasta capacità!/L’albero della vita dove nasce il frutto eterno trasale nelle sue generazioni:/Ecco il maschio mirabile che la Vergine mette nelle braccia di Simeone!/Madri e Patriarchi, gioite, antenati di Gesù Cristo!/Dall’osso che è schizzato dalle vostra ossa esce il Vendicatore di cui è scritto./[…] La terra fino al profondo Adamo trema e si apre! […]Ma già l’alba biancheggia sul deserto, di questo giorno che non finirà più,/Il punto del nostro primo giorno cristiano, l’anno Primo della grazia e della nostra salvezza!/Qui e dopo Dio è con noi per sempre./Finché noi saremo con lui, e non è la stesa cosa! Perché il proposito in noi è corto./E subito noi andiamo a compiere di nuovo il male, ma ci è dato un ricorso/A questo cuore nel Tabernacolo che è tanto debole per noi e così pieno d’amore!/[…]Io abito la gioia divina, come Giuseppe il carpentiere,/Vedendo accanto a me questo piccolo bambino, che è nostro Signore,/E Maria, nostra madre, che non dice nulla, e conserva queste cose nel suo cuore» (in Corona benignitatis anni Dei, 1909-1911).

Nulla gli sembrerà più falso della massima socratica: «Conosci te stesso!», la considererà assurda, in quanto non ci si conosce da soli, perché l’unico modo per conoscersi è dimenticare se stessi, abbandonandosi in Dio, da qui la sua venerazione, la sua devozione incondizionata per i santi, i campioni della fede, i dimentichi per eccellenza di sé.

Nel 1910 e per un intero decennio compone le Cinq Grandes Odes (Cinque grandi Odi), che illustrano in versi la scoperta di Dio e della poesia. Gli ultimi vent’anni della sua vita, complessa e travagliata, sono protesi a difendere i principi cattolici in cui crede, contro tutta una serie di errori, come il socialismo, o contro le tensioni ai rinnovamenti di carattere religioso, fra cui il modernismo liturgico.

In Cristo si forma la Chiesa e, per Claudel, Dio non si confonde con l’uomo, come oggi la stessa Chiesa, purtroppo, sostiene. Cristo non si identifica con gli uomini ed ecco che il poeta non esita a parlare di salvati e di reprobi, così, apertis verbis, parla di Inferno, nel quale supplica Dio di non farlo precipitare. E cos’è per il poeta cattolico francese una chiesa? «non è un edificio trascurabile o confondibile con le case degli uomini: è lo spazio di Dio dove si radunano i credenti per pregare e da cui partono per costruire un mondo nuovo» (P. Claudel, Opere poetiche. Antologia di testi religiosi, tradotti da Mons. Alessandro Maggiolini, Cantagalli, Siena 2009, p. 25), un mondo dove i Sacramenti permettono alle anime di vivere nell’ordine e nell’armonia, secondo le leggi del Creatore.

In una chiesa architettonicamente moderna, aniconica, priva di liturgia secondo la Tradizione della Chiesa, digiuna di sacralità, sterile, glaciale, che della chiesa, per assomigliare alle case di preghiera protestanti, non ricorda più forme, colori e volumi, Paul Claudel non si sarebbe potuto convertire, come non si sarebbe potuto convertire il beato John Henry Newman, che in Sicilia, come nelle chiese ambrosiane, entrò in luoghi d’incanto divino, come egli stesso racconterà, dove architetture, arti figurative, liturgie rappresentavano il Paradiso. Come non citare, allora, proprio una chiesa intitolata alla natività di Maria come la maestosa cattedrale di Siracusa?

Il Duomo della Natività di Maria Santissima sorge sulla parte elevata dell’isola di Ortigia e incorpora quello che fu il principale tempio sacro in stile dorico della polis di Syrakousai, dedicato ad Atena e convertito in chiesa con l’avvento del Cristianesimo. Molteplici artisti hanno impiegato il loro talento in questa che fu fra la prima dimora della Trinità in Occidente. Natività di Maria, natività dell’Europa cristiana.

Del tempio greco, voluto dal tiranno di Siracusa Gelone nel 480 a.C., per ringraziare Atena della vittoria conseguita ad Imera contro i cartaginesi, si possono ancora ammirare quasi tutte le colonne del peristilio e parti delle mura della cella. Queste, nel VI secolo d.C., furono inglobate nella chiesa bizantina che si sovrappose all’originaria struttura templare dell’edificio. I bizantini innalzarono delle mura solide nello spazio tra le colonne e aprirono otto archi sulle pareti dell’antica cella, trasformando, così, il tempio in una basilica cristiana a tre navate che consacrarono alla Vergine Maria.

I musulmani nel IX secolo, dopo aver conquistato e distrutto Siracusa, risparmiarono il Duomo, ma lo mutarono in moschea. Successivamente i normanni, nel XII secolo, ripristinano il Cristianesimo e quindi il Duomo tornò ad essere tale con una facciata modellata nel loro stile architettonico,imponente, solenne, austero. Il tragico terremoto del 1693 annienterà diverse città della Sicilia orientale e con esse gran parte di Siracusa. Tuttavia la cattedrale non crollò e benché la facciata venne compromessa, la struttura interna, comprese le colonne del tempio greco, rimasero dispensate.

La ricostruzione di ciò che fu danneggiato avvenne nell’epoca tardo spagnola, che segnò ciò che noi oggi ancora ammiriamo: lo stile controriformista e barocco. Nel tempo della seconda guerra mondiale il Duomo resistette ai bombardamenti, a differenza di molte altre chiese siracusane.

Tale resistenza millenaria ha fatto di questa ampia cattedrale una testimonianza architettonica sacra unica al mondo. «La chiesa di Siracusa è la prima figlia di San Pietro e seconda dopo la chiesa di Antiochia dedicata a Cristo» (Lettera di papa Leone X, 1517): proprio in questa città, dunque, sorse la seconda chiesa dedicata a Cristo dopo quella di Antiochia, antica capitale della Siria.La storia della Chiesa siracusana ha origini apostoliche: qui venne a predicare, nel61,san Paolo di Tarso (Atti 28,12).

La tradizione racconta che il primo proto vescovo della città fu inviato direttamente da san Pietro nell’anno 39, proveniva da Antiochia, era san Marciano. Sarà il Vescovo di Siracusa, san Zosimo, nel 640, a trasferire dalla chiesa di «San Giovanni alle catacombe» alla neo basilica dell’isola di Ortigia la sede della cattedrale siracusana, dedicandola alla Natività di Maria, Colei che minaccia e trionfa da sempre su Satana, il padrone degli abissi, come ci ricorda Paul Claudel: «Ti saluto, donna inginocchiata nello splendore, primogenita di tutte le creature!/Gli abissi non erano ancora è già tu eri concepita[nel disegno di Dio ndr]./Tu hai fatto uscire la luce inestinguibile nei cieli!/Quando l’Onnipotente tracciava una croce sull’abisso, aveva posto davanti a sé un’immagine,/Come io l’ho davanti a me nel mio cuore, oh grande giglio, Vergine pura!» (in Corona benignitatis anni Dei).

Dirà il poeta mariano in punto di morte, colto da attacco cardiaco il 23 febbraio 1955, Mercoledì delle ceneri, dopo aver fatto in tempo a ricevere tutti i Sacramenti: «Non ho paura». Con Te, Maria, non abbiamo paura. (Cristina Siccardi)

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

“La Russia sarà cattolica”

 (di Roberto de Mattei) “La Russia sarà cattolica”: è questa l’iscrizione che fu apposta sulla tomba del padre Gregorio Agostino Maria Šuvalov nel cimitero di Montparnasse a Parigi. Per questa causa il barnabita russo si immolò come vittima (Antonio Maria Gentili, I Barnabiti, Padri Barnabiti Roma 2012, pp. 395-403). 

 

Il conte Grigorij Petrovič Šuvalov, nacque a Pietroburgo il 25 ottobre 1804 da una famiglia di antica nobiltà. Uno zio, generale dell’esercito, ebbe l’incarico di accompagnare Napoleone sconfitto all’isola d’Elba, un altro suo antenato aveva fondato l’università di Mosca. Studiò dal 1808 al 1817 nel collegio dei gesuiti a Pietroburgo finché, espulsi i gesuiti dalla Russia,  continuò gli studi prima in Svizzera e poi all’università di Pisa, dove apprese perfettamente la lingua italiana. Fu influenzato però dal materialismo e dal nichilismo allora imperante nei circoli liberali che frequentava. Nominato dallo Zar Alessandro I ufficiale degli ussari della Guardia, a vent’anni, nel 1824, sposò Sofia Soltikov, una donna, profondamente religiosa, ortodossa, ma «cattolica nell’anima e nel cuore», che morirà a Venezia nel 1841. Da essa avrà due figli:  Pietro e Elena.

La morte di Sofia spinse Šuvalov a studiare la religione. Un giorno si imbatté nel libro delle Confessioni di sant’Agostino: fu per lui una rivelazione. «Lo leggevo incessantemente, ne copiavo intere pagine, ne stendevo lunghi estratti. La sua filosofia mi riempiva di buoni desideri e di amore. Con quale trasporto di contentezza trovai in quel grand’uomo sentimenti e pensieri che fino allora avevano dormito nell’anima e che quella lettura ridestava». Trasferitosi a Parigi, il conte Šuvalov frequentava un gruppo di aristocratici russi convertiti alla Chiesa cattolica, grazie soprattutto al conte Joseph de Maistre (1753-1821), che dal 1802 al 1817 era stato ambasciatore del Re di Sardegna a Pietroburgo.

Tra questi erano Sophie Swetchine (1782-1857), il principe Ivan Gagarin (1814-1882) e il principe Teodoro Galitzin (1805-1848). Quest’ultimo, accorgendosi della profonda crisi spirituale dell’amico, lo aiutò a ritrovare la verità, consigliandogli la lettura e la meditazione del Du Pape di Joseph de Maistre. Leggendo l’opera del conte savoiardo, Šuvalov comprese come la prima nota della Chiesa è l’unità, e questa esige un suprema autorità, che non può essere altro che il Romano Pontefice. «Signore, tu dici: la mia Chiesa, e non le mie chiese. D’altra parte, la Chiesa deve conservare la verità; ma la verità è una; dunque la Chiesa non può essere che una. (…) Quando conobbi che non può esistere se non una sola vera Chiesa, compresi pure che questa Chiesa deve essere universale, cioè cattolica».

Šuvalov si recava ogni sera a Notre Dame per ascoltare le prediche del padre Francesco Saverio de Ravignan (1795-1858), un dotto gesuita che sarebbe diventato la sua guida spirituale. Il 6 gennaio 1843, festa dell’Epifania, Šuvalov abiurò l’ortodossia e fece la sua professione di fede cattolica nella Chapelle des Oiseaux. Egli aspirava però ad una più profonda dedicazione alla causa cattolica. Per mezzo di un giovane liberale italiano, Emilio Dandolo, incontrato per caso in treno, aveva conosciuto il padre Alessandro Piantoni, rettore del collegio Longone dei Barnabiti a Milano, che nel 1856 lo accolse nel noviziato dei Barnabiti a Monza, con il nome di Agostino Maria.

Nell’ordine fondato da sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539) trovò un ambiente di profonda spiritualità. Scriveva al padre Ravignan:  «Mi credo in Paradiso. I miei padri sono altrettanti santi, i novizi altrettanti angeli». Tra i giovani confratelli era Cesare Tondini de’ Quarenghi (1839-1907) che, più di ogni altro, avrebbe raccolto la sua eredità spirituale. Il 19 settembre 1857 Agostino Šuvalov fu ordinato sacerdote a Milano da monsignor Angelo Ramazzotti, futuro patriarca di Venezia.

Il giorno dell’ordinazione, all’elevazione del calice, innalzò a Dio questa supplica. «Mio Dio, fatemi degno di dare la vita e il sangue in unione al vostro per la glorificazione della beata Vergine Immacolata nella conversione della Russia». Fu questo il sogno della sua vita, che affidò all’Immacolata, di cui l’8 dicembre 1858 Pio IX proclamò il dogma. Ricevuto in  udienza dal Papa, padre Šuvalov gli manifestò il desiderio di dedicare la sua vita al ritorno degli scismatici alla Chiesa di Roma. Nel memorabile incontro, «Pio IX mi parlò della Russia con quella fede, con quella speranza e con quella convinzione che hanno per appoggio la parola di Gesù, e con quella carità ardente da cui era mosso pensando ai suoi figli traviati, poveri orfani volontari. Queste sue parole mi infiammavano il cuore».

Padre Šuvalov si dichiarò pronto a fare il sacrificio della sua vita per la conversione della Russia. «Orbene, disse allora il Santo Padre, ripetete sempre dinanzi al crocifisso tre volte al giorno questa protesta; siate certo il vostro volere si compirà». Parigi fu campo del suo apostolato e della sua immolazione: vi si prodigò instancabilmente conquistando innumerevoli anime e dando vita alla Associazione di preghiere per il trionfo della beata Vergine Immacolata nella conversione degli scismatici orientali, e specialmente dei Russi, alla fede cattolica, detta comunemente l’Opera del padre Šuvalov.

Pio IX l’approvò con un breve del 1862 e padre Cesare Tondini ne fu l’infaticabile propagatore. Ma padre Šuvalov era morto a Parigi il 2 aprile 1859. Aveva appena terminato di scrivere la  autobiografia Ma conversion et ma vocation (Parigi 1859). Il libro, che nell’Ottocento ebbe traduzioni e ristampe, è stato presentato in una nuova edizione italiana a cura dei padri Enrico M. Sironi e Franco M. Ghilardotti (La mia conversione e la mia vocazione, Grafiche Dehoniane, Bologna 2004) e da qui abbiamo tratto le nostre citazioni. Il padre Ghilardotti si è inoltre adoperato per riportare in Italia le spoglie del padre Šuvalov, che ora riposano nella chiesa di San Paolo Maggiore a Bologna, costruita nel 1611 dai padri Barnabiti. Ai piedi di un altare sormontato da una copia della Santa Trinità di Andrei Rublev, il più grande pittore russo di icone, padre Gregorio Agostino Maria Šuvalov attende l’ora della resurrezione.

Nella sua autobiografia il barnabita russo aveva scritto: «Quando l’eresia minaccia, quando la fede languisce, quando i costumi si corrompono e i popoli si addormentano sull’orlo dell’abisso, Dio, che tutto dispone con peso, numero e misura, per risvegliarli apre i tesori della sua grazia; e ora suscita in qualche oscuro villaggio un santo nascosto, la cui efficace preghiera trattiene il suo braccio pronto a punire; ora fa apparire sulla faccia dell’universo una splendida luce, un Mosé, un Gregorio VII, un Bernardo; ora ispira, per il concorso di qualche fatto miracoloso, passeggero o permanente, il pensiero di un pellegrinaggio o di qualche altra nuova devozione, nuova forse per la forma ma sempre antica nell’essenza, un culto commovente e salutare. Tale era stata l’origine della devozione al Sacro Cuore di Gesù. questo culto nato in mezzo a mille contraddizioni in un piccolo chiostro del villaggio di Paray-le-Monial…».

Tale, potremmo aggiungere, è l’origine della devozione al Cuore Immacolato di Maria, di cui la Madonna ha chiesto la propagazione cento anni fa, in un piccolo villaggio del Portogallo. A Fatima la Madonna annunciò la realizzazione del grande ideale di padre Šuvalov: la conversione della Russia alla fede cattolica. Un evento straordinario che appartiene al nostro futuro, e che farà risuonare nel mondo le misteriose parole della Scrittura che padre Šuvalov applica alla propria conversione: Surge qui dormis, surge a mortuis et iluminabit te Christus, «Alzati, tu che dormi fra i morti e Gesù Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). (Roberto de Mattei)

Fonte: https://www.corrispondenzaromana.it/

Pubblicato in Ecumenismo | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento

ROMA, PIO IX RICORDATO A SAN LORENZO AL VERANO

Foto e video del Pontificale concelebrato nella Basilica di San Lorenzo fuori le mura il 7 febbraio 2017: http://wp.me/pphml-22d

 

 

 

Si ringrazia per le foto Cav. Federico Carabetta, Dott. Manfredi Ferrari Liccardi Medici, Dott.ssa Roberta Tiozzo Brasiola, Dott.ssa Federica Pasandoro, Sig.ra Antonella Fedeli, e tutti coloro i quali hanno risposto all’invito della Postulazione della Causa e dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX.

Pio IX, Papa Re e santo

Roma, Pio IX: folla di fedeli al Pontificale

ROMA, BASILICA SAN LORENZO FUORI LE MURA: PONTIFICALE PIO IX

ROMA, PIO IX RICORDATO A SAN LORENZO AL VERANO

Futuro Insieme

Ogni anno il 7 febbraio sempre più partecipato dai devoti del Beato Pontefice Pio IX, come da numerosi enti culturali ed organizzazioni di apostolato religioso caritativo e sociale.

fb10021aUna solenne Concelebrazione Eucaristica cantata, che ha avuto luogo ieri 7 febbraio 2017, nella basilica di S. Lorenzo al Verano (ove il beato Pontefice per decisione testamentaria ha voluto essere sepolto accanto al primo martire romano), è stata presieduta da S.E. Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto Norcia, con il Postulatore della causa di canonizzazione del Beato Pontefice, S.E. Mons. Carlo Liberati Arcivescovo emerito Prelato del Santuario della Madonna del Rosario di Pompei e S.E.Mons. Giuseppe Orlandoni Vescovo Emerito di Senigallia.

Papa Francesco_KatsinasSua Santità Papa Francesco e S.E. Rev.ma Symeon Katsinas Archimandrita Vicario del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli in Italia e Malta.

Presente l’Arcivescovo-Prelato di Loreto S.E. Mons. Giovanni Tonucci, la comunità francescana cappuccina di San Lorenzo fuori…

View original post 1.110 altre parole

Pubblicato in Beato Pio IX, Cerimonie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Roma, Pio IX: folla di fedeli al Pontificale

7 febbraio 2017.  BASILICA SAN LORENZO FUORI LE MURA: SOLENNE CELEBRAZIONE LITURGICA PER LA CANONIZZAZIONE DI PIO IX.Pio-IX_Beato

Presieduto da S.E. Rev.ma Mons. Renato Boccardo, Arcivescovo di Spoleto Norcia. Concelebranti le LL.EE.RR. Mons. Carlo Liberati Postulatore della Causa di Canonizzazione del Beato Pio IX Papa e Mons. Giuseppe Orlandoni Vescovo Emerito di Senigallia.

La solenne Cerimonia Eucaristica veniva animata dal Coro “S. Maria Ausiliatrice” della Parrocchia S. Giovanni Bosco di Roma, diretto da Don Luigi Ullucci. Numerosa la partecipazione di ecc.mi presuli, clero, la comunità francescana cappuccina di San Lorenzo fuori le mura, sodali dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX e fedeli provenienti da Roma, Spoleto, Norcia, Senigallia, Imola, Gaeta, Pompei, Napoli, dalle Diocesi Suburbicarie di Roma, Viterbo, Rieti, Terni, Orte, dalle province terremotate dell’Italia Centrale e dell’Abruzzo.

Presente al Pontificale l’Arcivescovo-Prelato di Loreto S.E. Mons. Giovanni Tonucci; la Rev.da Sr. Giuseppina Testa; Fra’ Marco Galdini, o.f.m.capp.; Rev. Arciprete Don Ettore Capra Cappellano dell’ Istituto di Studi Storici Beato Pio IX; S.E. Fra’ Giacomo Dalla Torre Del Tempio di Sanguinetto Gran Priore di Roma del S.M.O. di Malta; Cav.Gr.Cr. Avv. Prof. Roberto Saccarello Delegato di Tuscia e Sabina del S.M.O. di Malta e del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio; Don Antonio Calvo Prior de España de la Real Cofradía de Sao Teotonio; S.E. Rev.ma Symeon Katsinas Archimandrita Vicario del Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli in Italia e Malta; S.E. il Presidente Cav.Gr.Cr. Avv. Salvatore Sfrecola; Cav.Uff. Dr. Argeo Testarmata Priore della Confraternita del SS. Rosario; Principessa Donna Patrizia Torlonia; Dott.ssa Caterina Comino direttrice dell’Archivio storico di Norcia; Comm. Dott. Rodolfo Romolo Ricottini, Gr.Uff. Avv. Prof. Ernesto Liccardi Medici, Dott. Manfredi Ferrari Liccardi Medici; Cav. Prof. Enea Franza, Cav. Avv. Francesco Decio Giovanni Scardaccione, Cav. Dott. Sandro Calista Vice Delegato di Tuscia e Sabina del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio; Comm. Dott. Emilio Artiglieri; Cav. M° Dott. Massimiliano Pulvano Guelfi; Dott.ssa Federica Pansadoro; Cav. Dott. Andrea Raneri; Dott.ssa Roberta Tiozzo Brasiola; Salvatore Bartolomeo; Nicholas Trio; Cav. Davide Sallustio; Prof.ssa Tatiana Ciobanu, insieme a numerosi esponenti delle comunità cristiano ortodosse in Roma: Rumena, Moldava, Russa, Greca, Bulgara, Serba, Ukraina, Georgiana.

Il protocollo diretto dal Presidente dell’ Istituto di Studi Storici Beato Pio IX Conte Cav.Gr.Cr.Prof. Fernando Crociani Baglioni, con il vessillo storico di Papa Mastai Ferretti; il servizio d’onore all’altare e sull’abside veniva espletato dai Cavalieri dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Tuscia e Sabina, dai sodali e accademici dell’Istituto Pio IX e dai volontari del Soccorso cinofili della Protezione Civile di Spoleto, guidati dal Sig. Dante Rossi, fortemente impegnati e benemeriti nelle recenti operazioni di intervento nelle zone terremotate e colpite dal maltempo dell’Italia Centrale.

La Postulazione ha ringraziato tutti i presenti alla Celebrazione Liturgica: la comunità francescana cappuccina di San Lorenzo fuori le mura; i soccorritori volontari; il coro, gli ordini cavallereschi, gli enti e sodalizi cattolici impegnati per la riuscita del Pontificale, ogni anno sempre più partecipato dai devoti, ortodossi e cattolici, del Beato Pontefice Pio IX, come da numerosi enti culturali ed organizzazioni di apostolato religioso caritativo e sociale.

Simona Cecilia Crociani Baglioni Farcaș

Roma, 8 febbraio 2017

Foto ©: Federico M Carabetta

Foto ©: Federico M Carabetta

Pubblicato in Beato Pio IX, Cerimonie | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | 2 commenti