ROMA, GRANDE ADESIONE DEI ROMANI AL PONTIFICALE PER PIO IX, A SAN LORENZO FUORI LE MURA

Comunico a tutti gli accademici e sodali dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX, nonché ai suoi simpatizzanti, che la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura abbisogna con urgenza della riparazione dell’organo, rimasto guasto da anni.

Ciò in quanto la Basilica stessa non dispone di adeguate risorse. E che delle elemosine che raccoglie fa generosa offerta di pane ai poveri e senzatetto che ad essa si rivolgono.
Pertanto l’obolo che sarà raccolto al Pontificale del 7 febbraio 2019, sarà devoluto alla Basilica.

La Santa Messa solenne presieduta da S.E. Rev.ma Mons. FRANCESCO CANALINI, Arcivescovo Tit. di Valeria, Nunzio Apostolico, inizierà alle ore 16.

Concelebreranno il Rev.mo Mons. MARCO COCUZZA della Basilica di S. Maria Maggiore,  il M. Rev. Padre ARMANDO AMBROSI ofmcapp Superiore di San Lorenzo fuori le Mura, ed il Rev. Don EMANUELE LUPI cpps Vice-Generale della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue di San Gaspare del Bufalo.

Il Pontificale, che si celebra ogni anno il 7 febbraio, com’è tradizione dal 1992, cioè dal Bicentenario di nascita del Papa santo, sarà solennizzato dal Coro Salesiano di Santa Maria Ausiliatrice.

Conte Prof. Fernando Crociani Baglioni,

Presidente

ROMA, 7 FEBBRAIO 2019, MEMORIA LITURGICA PER IL BEATO PIO IX PAPA

 

SAN LORENZO FUORI LE MURA. PASSI DI FEDE NELLA GRANDE STORIA

 

 

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ROMA, 7 FEBBRAIO 2019, MEMORIA LITURGICA PER IL BEATO PIO IX PAPA

IL GIOVEDI’ 7 FEBBRAIO 2019, MEMORIA LITURGICA PER IL BEATO PIO IX PAPA, PER IMPETRARNE LA CANONIZZAZIONE. ALLA BASILICA ROMANA DI SAN LORENZO FUORI LE MURA, ORE 15,30. PRESIEDE IL PONTIFICALE S.E. REV.MA MONS. FRANCESCO CANALINI, ARCIVESCOVO TIT. DI VALERIA, NUNZIO APOSTOLICO. CONCELEBRANNO IL REV.MO MONS. MARCO COCUZZA, DI S. MARIA MAGGIORE, ED IL M. REV. PADRE ARMANDO AMBROSI ofmcapp. SUPERIORE DI SAN LORENZO FUORI LE MURA.

I gentiluomini sono invitati in frac e decorazioni (gilet nero), o tight e decoraioni (in miniature). Le dame in abito e velo nero. Ecclesiastici in abito piano. Cavalieri nei rispettivi mantelli. Signori Ufficiali e Volontari nelle rispettive uniformi. Sarà opportuno che tutti i partecipanti dessero cortese avviso della loro gradita presenza, con previo, tempestivo messaggio al Presidente dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX Conte Prof. Fernando Crociani Baglioni.

S.E. MONS. FRANCESCO CANALINI

Email: istitutostudistorici@gmail.com

 

Il Pontificale, che si celebra ogni anno il 7 febbraio, com’è tradizione dal 1992, cioè dal Bicentenario di nascita del Papa santo, sarà solennizzato dal Coro Salesiano di Santa Maria Ausiliatrice.

La Santa Messa solenne inizierà alle ore 16,00. 

* * *

 

Giovanni Maria Mastai Ferretti nacque a Senigallia il 13 maggio 1792. Mandato a Volterra presso gli Scolopi, iniziò gli studi che completò poi a Roma nel Collegio Romano. Ordinato sacerdote nel 1819, continuò il suo apostolato in mezzo ai giovani dell’ospizio “Tata Giovanni”. Pio VII, che ne apprezzava le doti di mente e di cuore, nel 1823 lo inviò in Cile al seguito del delegato apostolico presso Cile e Perù, ma resasi impossibile la permanenza della rappresentanza pontificia in quei paesi, il Mastai rientrò a Roma e Leone XII lo nominò nel 1827 vescovo di Spoleto, dove si fece apprezzare per la bontà d’animo, la grande carità e la mansuetudine. Trasferito nel 1832 a Imola, si cattivò anche qui la stima della popolazione per la qualità del suo programma pastorale, aggiornato ai bisogni del tempo.

Nel 1840 Gregorio XVI lo creò cardinale e il 16 giugno 1846, Mastai uscì dal conclave pontefice col nome di Pio IX. Un mese dopo, concesse l’amnistia ai fuoriusciti, ai condannati e agli accusati politici degli Stati Pontifici; istituì in Comitato per l’introduzione delle strade ferrate e un altro per la riforma della pubblica amministrazione, diede nuove norme a garanzia della libertà di stampa e nel marzo 1848 concesse lo Statuto. Le correnti liberali videro in queste aperture una premessa ad uno schieramento del Papa contro l’Austria, ma avendo egli rifiutato, la massoneria gli scatenò contro una campagna di ostilità. Proclamata la Repubblica Romana, fu costretto a lasciare Roma. Al ritorno, riprese il governo della Chiesa: l’8 dicembre 1854 proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine.

Nel 1869 convocò il Concilio Vaticano I per riaffermare davanti al mondo la validità della dottrina cattolica, e definì il dogma dell’Infallibilità pontificia.

Morì il 7 febbraio 1878. Il tempo ha fattogiustizia di tantecritiche e gravicalunniemossecontro la sua persona e Giovanni Paolo II lo ha beatificato il 3 settembre 2000.

Roma, Memoria Liturgica per la Canonizzazione di Pio IX, nel CXL°

ROMA, PIO IX RICORDATO A SAN LORENZO AL VERANO

Beato Pio IX: la sua causa di canonizzazione procede a passi spediti

Lettera “In suprema Petri apostoli sede” di Pio IX ai Cristiani d’Oriente

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Loreto, 7 febbraio 2019: Festa Liturgica del Beato Pio IX

Giovedì 7 febbraio 2019, a Loreto, Basilica della Santa Casa,  Santa Messa solenne presieduta dal Vescovo di Senigallia S.E. Mons. Francesco Manenti, concelebranti gli ecc.mi vescovi e sacerdoti delle Marche. Ore 11.

Fonte: https://www.diocesisenigallia.it/

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Roma, Memoria Liturgica per la Canonizzazione di Pio IX, nel CXL°

Impetrare la Canonizzazione del Beato Papa Pio IX è l’obiettivo spirituale delle celebrazioni solenni che puntualmente, ogni 7 di febbraio, si svolgono alla Basilica di San Lorenzo fuori le mura. Nell’anniversario CXL° del pio transito del Beato Pio IX, Papa, Re e Santo, erroneamente detto ultimo papa re, in quanto il Romano Pontefice è Vicario di Gesù Cristo, il Cristo Re dell’Universo.

Egli incarnò il Pontificato per trentadue anni, dal 1846 al 1878. Segnando gli eventi che contraddistinsero il XIX secolo. Antesignano dell’Unità d’Italia, secondo il modello federalista tracciato da Vincenzo Gioberti e dai massimi esponenti della corrente neoguelfa dello stesso Risorgimento italiano. Dunque sostenitore, mai avversario dell’Unità d’Italia, ma secondo quel progetto che non fu, ma che rimase e resta valido a tutt’oggi per l’unità, lo sviluppo, l’evoluzione della nostra Nazione.

Promulgò il Dogma dell’Immacolata Concezione, l’8 dicembre 1854. Sancì l’Infallibilità Ex Cathedra, indicendo il Concilio Ecumenico Vaticano I. Emanò encicliche e lettere apostoliche fondamentali per l’unità dei cristiani, l’ecumenismo ante-litteram. La Propaganda della Fede, dando impulso alle missioni cattoliche nel mondo. Riconobbe le apparizioni mariane di Lourdes, che furono definite “Celeste Sanzione” alla promulgazione del Dogma dell’Immacolata Concezione.

Egli dovette soffrire molto. L’incomprensione e l’odio delle forze massoniche, e rivoluzionarie, che presero la mano al susseguirsi degli avvenimenti. Subì le aggressioni del moto rivoluzionario del 1848-’49, costringendolo alla fuga a Gaeta, minacciato di morte, rifugiandosi sotto la protezione solerte e filiale del re Ferdinando II delle Due Sicilie. E subì l’aggressione del settembre 1860 ai suoi stati dell’Italia Centrale. Subì ancora l’aggressione a Monterotondo, Mentana e Subiaco. Quando le forze del Suo esercito volontario riuscirono eroicamente, il 3 novembre 1867, a battere e respingere l’ondata violenta rivoluzionaria. Dovette soccombere il 20 settembre 1870 all’aggressione contro Roma, capitale dello Stato Pontificio, sferrata dal potente regio esercito. Opponendo una difesa simbolica atta a dimostrare al mondo la violenza subìta. Ma consentendo all’esercito pontificio di riguardare l’onore delle armi. Subì, infine, la prigionia in Vaticano negli otto anni di vita che Gli restarono, fomentando i grandi pellegrinaggi, che da tutto l’Orbe Cattolico continuarono a riversarsi sull’Urbe, a centinaia di migliaia di fedeli, per la gloria della Roma universale, per testimoniare la grande devozione dei popoli cristiani alla causa del Romano Pontefice, per la libertà e l’indipendenza della Chiesa. Onde Cristo è romano.

La Memoria Liturgica di mercoledì 7 febbraio 2018, è stata presieduta da Mons. Marco Cocuzza Camerlengo di Santa Maria Maggiore con la concelebrazione del Rev. Padre Armando Ambrosi Superiore della Comunità Francescana Cappuccina di San Lorenzo fuori le mura, il  Rev.mo Mons. Sandro Corradini  Prelato Teologo e Promotore di Giustizia della Congregazione per le Cause dei Santi ,   il Rev. Canonico D

S.E. Mons. Carlo Liberati

on Ettore Capra,   ed il Rev.  P.  Tiziano Repetto s.j.  .  Solennizzava l’evento il Coro salesiano della Parrocchia romana di Don Bosco, diretto dal Rev. Don Luigi Ullucci. Mons. Cocuzza dava lettura del messaggio giunto alla Basilica da S.E.Rev.ma Mons. Francesco Manenti Vescovo di Senigallia, con il quale il presule esprimeva la gioia della sua Diocesi per la celebrazione romana.   Celebrazione concomitante con  quella in atto a Loreto,  al  Santuario della Santa Casa,  ad iniziativa della Conferenza Episcopale Marchigiana,  con l’intervento di tutti i Vescovi delle Marche,  compreso il Postulatore della Causa di Canonizzazione S.E.Rev.ma Mons. Carlo Liberati,  Arcivescovo Prelato Emerito di Pompei.  In onore del Beato Pio IX ,  per impetrarne altresì la  Canonizzazione.

Celebrazione nella Chiesa di San Salvatore in Onda, della Congregazione dei Pallottini – Società dell’Apostolato Cattolico .

Nella stessa giornata,  7 febbraio,   a Roma, presso la Curia Generalizia,  a ponte Sisto,  nella chiesa di San Salvatore in Onda,   si compiva  per  Pio IX ,  la  Memoria Liturgica a cura della Congregazione dei Pallottini – Società dell’ Apostolato Cattolico .

Il Conte Cav.Gr.Cr. Prof. Fernando Crociani Baglioni con il Nobile Cav.Gr.Cr. Avv. Roberto Saccarello, il Cav. Sandro Calista, il Cav. Andrea Raneri.

Conte Prof. Fernando Crociani Baglioni

Roma, 7 febbraio 2018

Beato Pio IX: la sua causa di canonizzazione procede a passi spediti

Medaglia Pontificia “Benemerenti” di Pio IX.

Medaglia commemorativa dell’Istituto di Studi Storici Beato Pio IX

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LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA DA PIO IX A LEONE XIII

Con la rivoluzione industriale e la nascita di nuove ideologie nel corso del XIX secolo, il tessuto produttivo e i soggetti sociali a esso collegati subiscono grandi stravolgimenti, tanto che la Chiesa ritiene indispensabile avviare un’approfondita riflessione su queste “nuove cose”.
La Chiesa, attraverso la sua gerarchia, prende così coscienza delle istanze della civiltà industriale che vanno alterando radicalmente, non solo le strutture della società, ma anche la natura dei rapporti tra gli uomini tanto nella loro eticità quanto nel loro essere cristiani. In questa occasione il Papato manifesta subito un’attenzione fattiva, intervenendo con un suo giudizio dottrinale e mettendo in guardia da soluzioni peggiori al problema che si vuole risolvere.
La dottrina sociale cattolica è tuttavia antica quanto la stessa Chiesa. Essa, come riferisce Giovanni Paolo II nel suo discorso del 13 maggio 1981 non letto a causa dell’attentato di quel giorno, ma pubblicato poi su L’Osservatore Romano: «trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall’inizio alla dottrina della Chiesa stessa, alla sua concezione dell’uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dalla dottrina dei pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall’enciclica Rerum novarum».
A conferma di questo è da ricordare anche l’insegnamento di Giovanni XXIII nell’enciclica Mater et magistra, secondo cui la dottrina sociale della Chiesa «è parte integrante della concezione cristiana della vita»: come tale essa, dunque, non può essere scollegata dal “programma universale” della Chiesa di Cristo. Essa, aggiunge Giovanni Paolo II nel suo discorso ai partecipanti al convegno ecclesiale della CEI del 31 ottobre 1981, ha di conseguenza un carattere obbligatorio da parte della comunità dei fedeli: «la dottrina sociale proposta dalla Chiesa, pertanto, deve essere fedelmente seguita, né ci potranno essere ragioni di ordine storico che possano giustificare l’infedeltà alla medesima. Sarebbe costruire sulle sabbie mobili delle ideologie e non sulla roccia di una verità che è prima e al di sopra di tutte le ideologie e di tutti i sistemi e dei medesimi è criterio di giudizio».

Che cos’è dunque la dottrina sociale della Chiesa? Si tratta, risponde Giovanni Paolo II all’udienza generale del 13 maggio 1981, di «un corpo di princìpi di morale sociale cristiana» che gode di «stabilità e certezza nei principi e nelle norme fondamentali» e quindi è «parte integrante della concezione cristiana della vita». Essa, pertanto – si legge nell’enciclica Sollicitudo Rei socialis di papa Wojtyła – non è «un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà esistenziali dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale».
In altre parole la dottrina sociale della Chiesa non è altro che un corpus sistematico di interventi plasmati dalla morale cattolica e applicati ai problemi sociali.
I tre fondamentali “princìpi di riflessione” della dottrina sociale della Chiesa sono: la solidarietà, ossia il dovere (come pure il diritto!) che lega ogni uomo all’altro; il bene comune, secondo il quale il legittimo interesse dei più ha prevalenza su quello del singolo (purché sia sempre salvaguardata la dignità e la libertà della persona individuale); la sussidiarietà, in base al quale lo Stato non deve distruggere né assorbire i corpi intermedi della società, quindi a un’autorità centrale dovrebbero essere affidati solo quei compiti che un’autorità inferiore non sia in grado di svolgere da sé. Radice ultima della dottrina è ovviamente per la Chiesa il Vangelo, che si rivolge alla coscienza dell’uomo che ogni giorno si trova di fronte a problemi di convivenza.
In tale prospettiva, l’insegnamento sociale assolve un compito di “annuncio”, “difesa” e anche di “denuncia”. L’annuncio di ciò che la Chiesa propone di eseguire per far viaggiare le società sulla giusta e retta via; la difesa dei diritti disconosciuti e violati, specialmente quelli dei più deboli; la denuncia delle ingiustizie e della violenza che in vario modo attraversano le società che s’ispirano a ideologie disgregatrici. La chiave di lettura di tutta la dottrina sociale della Chiesa è stata e resta il primato della persona, la preminenza della società sullo Stato, la non subordinazione della Chiesa allo Stato.
La nascita della contemporanea “Dottrina sociale della Chiesa universale” rimanda a un preciso periodo della storia, in cui i princìpi della Chiesa sui problemi sociali erano segnati dalla dura contrapposizione alle teorie del socialismo e del liberalismo.

Pio IX è indubbiamente il pontefice che ha realizzato la presa di coscienza della Chiesa universale sulla questione sociale. Rendendosi conto che la società europea è sempre meno cristiana e più liberal-borghese, attraverso il Syllabus errorum, condanna in blocco tutta la cultura moderna che vuole lo Stato non in funzione della società, ma coincidente con essa: «rimossa la religione dalla società, e ripudiata la dottrina e l’autorità della divina Rivelazione, la stessa genuina nozione della giustizia e dell’umano diritto si ottenebra o si perde, ed invece della giustizia e del legittimo diritto si sostituisce la forza materiale […]. Ora chi non vede e pienamente capisce come l’umana società, sciolta dai vincoli della religione e dalla vera giustizia, non possa certamente prefiggersi altro, fuorché lo scopo di procacciare ed aumentare ricchezze, né seguire altra legge nelle sue azioni, se non l’indomita cupidigia dell’animo di servire ai propri comodi e piaceri?»
Il Syllabus errorum, appendice dell’enciclica Quanta cura dell’8 dicembre 1864, è in pratica un elenco di ottanta proposizioni divisibili in tre categorie, che, estratte da precedenti sue lettere, allocuzioni e altri atti, dichiara erronee e quindi da condannare. Nella prima categoria, alcune proposizioni riguardano la fede e l’esistenza di Dio, la costituzione della Chiesa e gli errori che vi contraddicono, panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto; altre proposizioni condannano, invece, gli errori che il giurisdizionalismo produce quando limita, o addirittura nega, il potere spirituale della Chiesa. Nella seconda categoria ci sono le proposizioni riguardanti gli errori moderni d’infiltrazione protestante (già nell’enciclica Noscitis et nobiscum, dell’8 dicembre 1849, il pontefice afferma che il comunismo e il socialismo, dottrine contrarie alle leggi naturali, hanno in qualche modo un’origine dal protestantesimo). Nella terza e ultima categoria, invece, ci sono le proposizioni che condannano gli errori che si riferiscono allo Stato moderno, concepito in conformità a tesi filosofiche e sociologiche che, in nome del liberalismo, socialismo e simili, pregiudicano evidentemente i diritti tradizionali della Chiesa (le tesi 19, 39 3 58, ad esempio, condannano il giurisdizionalismo di Stato, negano che lo Stato sia l’origine e la fonte di tutti i diritti, affermano che non è lecito applicare il principio del liberismo all’economia in quanto essa non può essere separata dalla morale).
Mentre Pio IX condanna la radicale alternativa tra il liberalismo e il socialismo, Leone XIII, per evidenziare il distacco della Chiesa da questi progetti laicisti, elabora invece una “Terza via sociale”, una vera e propria proposta organica di soluzione delle questioni sociali contemporanee.

L’azione che papa Gioacchino Pecci svolge nei suoi venticinque anni di pontificato, è fondamentale per la Chiesa universale. L’idea di fondo di papa Leone è quella di realizzare, sulla base della posizione cattolica, uno Stato al servizio del bene comune. La sua costante preoccupazione è innanzitutto quella di ammorbidire i rapporti tra la Chiesa e gli Stati, chiarendo i limiti delle due autorità; poi di dare dignità alla politica nel suo servizio per la società; poi ancora, quella di mettere la Chiesa alla pari con i tempi, permettendone così di recuperare in parte la classe intellettuale e le grandi masse sociali.
Nella sua prima enciclica, promulgata il 28 dicembre 1878, dopo appena dieci mesi di pontificato, la Quod apostolicis muneris, papa Pecci ribadisce la dottrina tradizionale della Chiesa circa la proprietà e l’ordinamento sociale, persistendo come il suo predecessore nella condanna del socialismo. Nel documento auspica il ritorno al sistema delle antiche corporazioni, le uniche considerate in grado di ripristinare l’ordine sociale ormai così profondamente sbilanciato.
Nell’enciclica Immortale Dei (che ha come titolo “Sulla costituzione cristiana degli Stati”), del 1° novembre 1885, papa Leone riafferma, invece, la funzione insostituibile della Chiesa nella società, poiché essa ha in sé la potenzialità di programmare una struttura sociale e politica migliore di quella liberale e socialista: la Chiesa «opera immortale di Dio» è per natura sua ordinata alla salvezza delle anime; essa fonda una vita e delle strutture politiche che servono la libertà dell’uomo e sono espressione autentica delle persone e dei rapporti sociali. Applicando i suoi princìpi, ribadisce il pontefice, si genererebbero vantaggi grandissimi anche per la stessa autorità civile.
Leone condanna quello che chiama il “diritto nuovo”. Esso parte dall’idea della sovranità popolare, per arrivare a stabilire che l’autorità deriva dagli uomini attraverso il “contratto sociale” e non da Dio. Da qui la “liberazione” degli obblighi verso Dio e la negazione di ogni ingerenza della Chiesa nel sociale. Lo Stato, quindi, avrebbe dovuto riconoscere la religione, Dio e la sua Chiesa, perché il laicismo e l’indifferenza religiosa dello Stato liberale stava pericolosamente convergendo verso l’ateismo. Per questo papa Leone arriva addirittura a celebrare nell’enciclica, quasi con rimpianto, il Medioevo, «tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati» e in cui la collaborazione fra «il sacerdozio e l’impero, stretti insieme in avventurosa reciprocanza di servigi» recò «frutti che maggiori non si sarebbero potuti sperare, dei quali è durata e dura la memoria affidata ad innumerevoli monumenti, che nessun artificio di nemici potrà falsare».
Partendo dall’assunto che nessuna ideologia può veramente competere con i princìpi sostenuti dalla Chiesa, Leone elabora il fondamento di uno Stato che avrebbe dovuto rifarsi ai princìpi cristiani, ossia quelli che pongono la politica al servizio dell’uomo, che servano la società, non concentrandola in sé, anche attraverso la promozione e la difesa della famiglia e dei beni comuni. Leone vuole così evidenziare nel suo documento che non è intenzione della Chiesa condannare i «progressi che reca il tempo», anzi l’incoraggia «di gran cuore e con giubilo, purché veramente promettano di accrescere la prosperità» di tutti.

Un chiaro riferimento alla deriva asociale dello Stato moderno lo troviamo anche nell’enciclica Diuturnum illud del 1885. Leone, riferendosi probabilmente alla situazione politica e religiosa francese, condanna il sistema liberale che governa nel disprezzo di Dio, dichiarando che «la scelta popolare designa il mandatario dell’autorità, ma non crea i diritti», specie quello di scristianizzare la democrazia faticosamente conquistata.
La chiave etica della proposta sociale di papa Leone si trova invece nella enciclica Libertas praestantissima del 20 giugno 1888, in cui papa Pecci ritiene opportuno affrontare tematicamente il problema della libertà, illustrando dapprima la nozione naturale e cristiana di libertà, quindi confrontandola con quella proposta dal moderno liberalismo e, infine, prescrivendo alcune regole per la condotta dei cattolici.
Nella Libertas si propone la posizione tomistica della libertà che è riferita alla ragione: ragione e libertà sono le due caratteristiche di fondo dell’uomo e si realizzano vicendevolmente. La libertà, dunque, è un’adesione consapevole alla legge di Dio, ma può rappresentare anche la possibilità drammatica del suo rifiuto. La vera libertà morale non può escludere la legge, che anzi la richiede per assicurare che «gli atti volontari nostri non discordino dalla retta ragione».
La nozione di libertà morale si applica non solo all’uomo, ma anche alle società. Dal punto di vista oggettivo anche per le società la libertà non è fare quello che si vuole, ma perseguire il bene comune dei cittadini. Papa Leone ricorda che la Chiesa ha sempre distinto fra libertà naturale e libertà morale; essa ha sempre raccomandato l’obbedienza, ma ha distinto fra obbedienza a un’autorità legittima e obbedienza alla tirannide: nei «governi tirannici [dove] il comando si opponga alla ragione, all’eterna legge, al divino impero, allora il disobbedire agli uomini per obbedire a Dio diviene un dovere», afferma il Pontefice nell’enciclica Libertas. Una libertà non fondata su Dio è dunque impossibile da approvare, essa non è libertà, ma ribellione; come una libertà non fondata sul bene comune è abuso.
Nel suo documento Leone lamenta che le leggi delle nuove società non derivano il loro carattere vincolante dalla conformità alla verità, ma semplicemente dalla conformità all’opinione della maggioranza, principio molto pericoloso che fa sparire quella netta distinzione fra il bene e il male, sostituita dall’«arbitrio del maggior numero, facile via a tirannidi».
La cultura laicista dominante ha un concetto di libertà intesa come pura capacità di scelta; così interpretata essa serve a preparare una struttura della vita sociale e politica sostanzialmente negatrice della libertà stessa. Questa è una concezione di libertà negativa per il Pontefice, a differenza di quella autentica proposta dalla Chiesa, poiché sottoposta alla verità: la verità è dunque per la Chiesa un supremo valore e la libertà è la regola per affermare la verità. In questo modo si deve accettare il principio esposto dalla dottrina sociale della Chiesa, secondo cui solo una legge conforme al diritto naturale e alla verità è vera legge. Per papa Pecci il fine della legge dello Stato è dunque favorire il bene comune.
Novità dell’insegnamento leonino è stata anche l’apertura alla partecipazione politica del cristiano per contribuire al bene comune. Al tal proposito, scrive Leone nell’enciclica Libertas: «Similmente non è vietato prediligere governi temperati di forme democratiche, salva però la dottrina cattolica circa l’origine e l’uso del potere. Purché adatte per sé a fare il bene dei cittadini, nessuna delle varie forme di governo è riprovata dalla Chiesa: essa vuole bensì ciò che è pur voluto dalla natura, che si stabiliscano senza offendere il diritto alcuno, e specialmente, rispettando le ragioni della Chiesa stessa. Onesta cosa prendere parte all’amministrazione dei pubblici affari, tranne che in alcun luogo, per circostanze speciali di cose e di tempi, non venga disposto altrimenti, la Chiesa anzi approva che ognuno cooperi al bene comune e, secondo la possibilità sua, difenda, conservi e faccia prosperare lo Stato».

Una delle encicliche più famose di papa Leone in materia sociale è indubbiamente la Rerum novarum, del 15 maggio 1891, sui diritti e doveri del capitale e del lavoro. Con questo documento papa Pecci dà un vigoroso impulso allo sviluppo del cattolicesimo sociale, restituendo unità teorica e ideologica a tutti i fermenti e le preoccupazioni per il problema sociale.
In questa enciclica Leone XIII, in antitesi alle soluzioni esposte quasi mezzo secolo prima da Karl Marx nel “Manifesto del Partito Comunista”, indica i princìpi per una risposta cristiana alla questione operaia, impegnando i cattolici a non lasciare gli operai «soli e indifesi in balìa della cupidigia dei padroni». Scrive Leone nell’enciclica: «la collettivizzazione dei beni proposta dal socialismo va assolutamente rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera le funzioni dello Stato, e turba la pace comune».
Condannando i princìpi socialisti della lotta di classe e superando l’assolutismo sociale dello Stato liberale, il pontefice riconosce nel documento la funzione sociale della proprietà, il valore umano del lavoro, il diritto degli operai di associarsi per la tutela dei loro diritti.
La “destinazione sociale” è un dovere etico e riguarda la formazione delle persone: l’economia e la politica, secondo papa Leone, dipendono dall’etica e non viceversa, mentre la proprietà privata è una caratteristica espressiva dell’uomo; quindi non si lavora solo per sopravvivere, ma per realizzarsi socialmente. Il diritto di proprietà è dunque un elemento fondamentale del complesso dei diritti della persona umana e la sua abolizione è immorale perché è un tentativo di alienare l’uomo, intervenendo sulla sua libertà di realizzarsi. Per Leone, quindi, il diritto di proprietà deve essere riportato alla persona e alla sua libertà espressiva; pertanto non si può eliminare il possesso, ma si deve solo esercitarlo bene e con criterio.
In definitiva Leone individua la soluzione del problema sociale nell’educazione di colui che deve disporre di questo diritto, giacché il suo uso deve essere usufruito per l’incremento del bene comune e non per un puro benessere egoisticamente sottratto dal contesto sociale. Per questo Leone ha criticato sia il meccanicismo liberale, che vuole la proclamazione assoluta del diritto di proprietà e la sua destinazione privata – cioè il puro incremento del capitale – sia l’abolizione socialista del diritto di proprietà, che genera una cultura del lavoro incapace di creatività e di responsabilità personali.
Ha scritto Leone nella Rerum novarum:
«Stabiliscasi in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile.
La più grande varietà esiste nella natura degli uomini: non tutti posseggono lo stesso impegno, la stessa solerzia; non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali. E ciò torna a vantaggio sì dei particolari, sì del civile consorzio; perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi; e l’impulso principale che muove gli uomini ad esercitar tali uffici è la disparità dello stato.
Nella presente questione lo scontro maggiore è questo: supporre l’una classe sociale nemica naturalmente all’altra quasi che i ricchi e i proletari li abbia fatti natura a lottare con duello implacabile fra di loro. Cosa tanto contraria alla ragione e alla verità, che invece è verissimo che, siccome nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell’armonico temperamento che chiamasi simmetria, ci si volle la natura che nel civile consorzio armonizzassero fra di loro quelle due classi. L’una ha bisogno assoluto dell’altra; né il capitale senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale. Ora a pacificare il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha dovizia di forza meravigliosa».
È chiaro in questo passaggio che non si può considerare la struttura della vita socio-economica come inevitabile logica di ruoli: si deve quindi valutare l’uomo in tutta la sua globalità e non solo come lavoratore o padrone. Questa è la posizione ideologica di Leone, considerata l’unica via che valuta correttamente il primato della persona; al contrario i due pensieri politici presenti nella società hanno una impostazione ideologica intrinsecamente disgregatrice: o l’uomo padroneggia (liberalismo) o è sottomesso (socialismo). L’errore, secondo papa Leone, sta proprio nel considerare le due classi presenti nella società come naturalmente contrapposte.
In definitiva l’insegnamento sociale di Leone sostiene la collaborazione tra le classi e la mutua interdipendenza di capitale e lavoro, in una concezione che vede nel capitale e nel lavoro due elementi complementari, che possono armonizzarsi per meglio preservare i diritti di entrambi. Soprattutto rimanda al principio che occorre indurre l’uomo a riprendere coscienza del proprio destino trascendente e a considerare lo Stato non come la fonte della sua esistenza, ma come l’ambito in cui esprimere la sua creatività.
La Rerum novarum ha favorito la creazione di gruppi, associazioni e sindacati e rimanendo un costante punto di riferimento dei successivi pronunciamenti dei vari pontefici che si succederanno al trono di Pietro.
Le direttive di politica sociale contenute nella Rerum novarum, inasprirono tuttavia la diatriba con lo Stato italiano, che pose il veto alla partecipazione della Santa Sede alla riunione dell’Associazione internazionale per la pace nel 1899. Il governo italiano si preoccupò che papa Pecci potesse in qualche modo inquadrare i lavoratori con l’obiettivo di uno Stato confessionale.
La Rerum novarum ha dato innegabilmente la possibilità al pontefice romano di reinserirsi autorevolmente nel campo internazionale come l’autorità morale per eccellenza. L’enciclica leonina diede infatti i suoi primi frutti: nel 1902 l’Associazione internazionale del lavoro, invitò il pontefice a inviare propri delegati alla riunione di Colonia. È stato una grande vittoria e un importante riconoscimento per papa Leone e tutta la Chiesa di Roma.

di Renzo Paternoster – http://www.storiain.net/

Per saperne di più

Encicliche, atti, documenti e discorsi in «La Santa Sede», http://w2.vatican.va/content/vatican/it.html
AA. VV., Dottrina sociale della Chiesa. Enciclica “Centesimus annus” e legge italiana, a cura di Basso M., Bari, 1993.
Barucci P., Magliulo A., L’insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991), Milano 1996.
Calvez J.Y., Perrin J., Chiesa e società economica. L’insegnamento sociale dei Papi da Leone XIII a Giovanni XXIII (1878-1963), trad. it., Milano 1965.
Chenu M.D., La dottrina sociale della Chiesa. Origini e sviluppo (1891-1971), Brescia 1977.
Ibanez Langlois J.M., La dottrina sociale della Chiesa. Itinerario testuale dalla Rerum novarum alla Sollicitudo rei socialis, Milano 1989.
Mejia J., Temi di dottrina sociale della Chiesa, Città del Vaticano 1996.
Murri R., La Rerum novarum e Leone XIII, a cura di Tedeschi L., Urbino, 1991.
Pecci G., La Chiesa e la civiltà. Lettere pastorali del 1877-1878, Città del Castello, 1991.
Sorge B., Introduzione alla dottrina sociale della Chiesa, Queriniana, 2006.
Spiazzi R. (a cura di), I documenti sociali della Chiesa. Da Pio IX a Giovanni Paolo II, vol. I, dal 1864 al 1965, e vol. II, dal 1967 al 1987, Milano 1988.
Toso M., Umanesimo sociale della Chiesa, Roma 2001.
Utz A.F., Dottrina sociale della Chiesa e ordine economico, Bologna 1993.

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“Sintesi del Tomismo. Sua attualità e suo valore” di Curzio Nitoglia

Il libro mette in chiaro la posizione di S. Tommaso riguardo all’Immacolata Concezione di Maria non negata (come si dice comunemente), ma affermata dall’Angelico.

 In esso l’Autore

1°) dimostra che la vera essenza della filosofia tomistica si trova riassunta nelle XXIV Tesi del Tomismo (compilate dal padre Guido Mattiussi), perché esse – grazie alla distinzione reale tra essenza ed essere e con il concetto dell’essere quale atto ultimo e perfettissimo di ogni essenza- costituiscono l’ABC del vero Tomismo;

2°) spiega che il Tomismo, con il suo realismo della conoscenza (“conformità dell’intelletto alla realtà”) è diametralmente opposto al Modernismo, il quale è soggettivismo e relativismo filosofico/teologico: “Cogito ergo sum” (Cartesio) / “…ergo Deus existit” (kantismo modernista): la realtà creata e Dio Creatore sono un prodotto del pensiero umano;

3°) dimostra che il Tomismo, nel campo della conoscenza razionale di Dio, mediante il concetto filosofico dell’analogia applicata alla teologia ci permette, dopo aver dimostrato la Sua Esistenza, anche di conoscere e affermare qualcosa della Sua Essenza contro ogni forma di Nichilismo teologico (Mosè Maimonide);

4°) segnala che il Tomismo, mediante la distinzione reale tra essenza ed essere negli enti creati e la loro identità nel Creatore, è la miglior confutazione di ogni forma di Panteismo, il quale non distingue la creatura (composta di essenza realmente distinta dall’essere) e il Creatore (la cui Essenza è il suo stesso Essere);

4°) mette in guardia contro i pericoli della filosofia scotista, che nega la distinzione reale tra essenza ed essere nelle creature con tutte le conseguenze filosofico/teologiche che comporta;

5°) mostra pure la continuità filosofica, che dal Nominalismo anti-tomista di Guglielmo Occam giunge sino al Modernismo;

6°) dimostra che Francisco Suarez ha esplicitato gli errori metafisici di Scoto ed aperto la via alla modernità, negando la distinzione reale tra potenza ed atto, e, quindi, tra Ordine Naturale e Ordine Soprannaturale;

7°) dimostra pure che il Rosminianesimo (con l’idea di essere) è il compimento del Suarezianismo contro il Tomismo, che si basa sull’essere reale;

8°) riassume i capisaldi della filosofia politica tomistica della prima, seconda e terza scolastica;

9°) mette in chiaro la posizione di S. Tommaso riguardo all’Immacolata Concezione di Maria non negata (come si dice comunemente), ma affermata dall’Angelico;

10°) affronta la questione della “premozione fisica” e della “predestinazione al cielo” secondo la dottrina di S. Tommaso interpretata fedelmente da Domingo Bañez e annacquata da Louis de Molina;

11°) indica come anche Platone (con il concetto di partecipazione) e non solo Aristotele sono il fondamento della metafisica dell’essere di S. Tommaso;

12°) inoltre, dopo aver riassunto la dottrina politica della seconda scolastica, mostra il suo valore e la sua attualità di fronte alla modernità politica e teologica;

13°) infine conclude con un’Appendice sulla dottrina tomistica dei rapporti tra Stato e Chiesa presentata magistralmente dal cardinal Alfredo Ottaviani.

Invito a studiare questo testo per avere una panoramica seria e approfondita dei grandi temi affrontati dall’Aquinate nella sua produzione filosofica e teologica.

B. B.

 

 

La sintesi del Tomismo. Sua attualità e suo valore“, di Curzio Nitoglia.

400 pagine, 22 euro,
EffeDiEffe

 

https://www.effedieffeshop.com/la-sintesi-del-tomismo/

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S.E. Carlo Liberati: “L’avanzata dell’islam è anche responsabilità di noi cristiani”

Ai musulmani chiedo rispetto e pari dignità, non sono schiavo dell’ islam. Jus soli? Prudenza e discernimento evitando scelte elettorali”. S.E. Rev.ma Mons. Carlo Liberati Arcivescovo Prelato  Emerito di Pompei, già Delegato Pontificio per il Santuario della Vergine del Santo Rosario, Postulatore della Causa di Canonizzazione del Beato Papa Pio IX, intervistato da La Fede Quotidiana.

S.E. Mons. Carlo Liberati

Eccellenza, possiamo definire l’Europa ancora cristiana?

“Vedendo certe leggi e il modo di vivere di molti che pur si definiscono cristiani, è lecito nutrire forti dubbi. Viviamo in molti casi, come se Dio non esistesse, secolarismo e relativismo avanzano. Tutto questo, la fede debole, favorisce l’islam”.

Cioè?

“Loro, i musulmani, nella loro visione del mondo, che non è ovviamente condivisibile, credono, sono coerenti, e pregano. E allora questa situazione di decadenza morale dell’Occidente li rende più forti e convinti. L’ avanzata dell’islam è anche responsabilità di noi cristiani. Assistiamo ad un lento processo di islamizzazione del nostro mondo e temo che, per via demografica, prima o poi saranno maggioranza”.

Islam, compatibile col nostro modo di vivere?

“L’ islam non è solo una religione, ma un sistema di vita e bisogna capirlo.  Ha valori tante volte incompatibili con i nostri, penso al concetto del matrimonio e al ruolo della donna che per i musulmani è un oggetto di soddisfazione sessuale. Ritengo che, se diventano maggioranza, tutto si farà molto pericoloso. La storia del resto ci insegna che l’ islam ha sempre cercato di sottomettere l’ Occidente e di attaccarlo. La battaglia di Lepanto ne è un esempio . Spero che l’ Occidente sappia reagire a questa offensiva islamica che ha la religione come sua motivazione”.

Possibile il dialogo con l’ islam?

“Penso che sia bene cercarlo, ma solo sulla base della parità e della reciprocità, concetti che ai musulmani sfuggono. Vogliono diritti? Bene, ma esistono doveri. Io non mi sento schiavo dell’islam e chiedo per lo meno la stessa pari dignità. Loro si credono superiori per natura e per la stessa indole vogliono comandare, sono tante volte arroganti”.

Immigrazione che fare?

“La carità è giusta ed è un dovere senza alcuna discriminazione. Tuttavia ho la sensazione che oggi esista una tendenza a privilegiare chi viene da lontano rispetto ai vicini, cioè gli italiani. La carità parte prima di tutto dai vicini e a chi, anche tra noi clero dice di no, ricordo proprio la Scrittura: ama il prossimo tuo come te stesso. E’ fondamentale quel te stesso”.

Jus soli che fare?

“Problema complesso anche perché concerne una legge dello Stato. Penso che bisogna avere prudenza e discernimento evitando scelte impulsive e sotto la spinta elettorale, occorre pensarci bene in base alla opportunità del momento che stiamo vivendo”.

Bruno Volpe

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